venerdì, 19 giugno 2009


Si sente dire che l'eutanasia sia l'espressione di una cultura di morte: eppure in questo film, premio Oscar  (meritatissimo) come migliore film straniero, ispirato alla storia vera di Ramon Sanpedro, pescatore paralizzato in un letto per quasi trent'anni che alla fine degli anni Novanta dello scorso secolo lottò per il suo diritto a morire con dignità (non potendo più vivere con dignità) si respira un amore per la vita come raramente si vede, al cinema e nel mondo reale.
Ramon scrive poesie, si innamora ricambiato, sogna di volare, sogna il mare, rivendica la sua scelta, e i personaggi intorno a lui, dall'avvocatessa Julia (la bella e brava protagonista di El orphanato Belem Rueda) destinata ad una fine analoga per colpa di una malattia degenerativa al nipote che lo aiuta con il computer (e al quale è affidata una delle scene più strazianti del film), dal fratello che non condivide la scelta di Ramon alla dolce Rosa, a tanti altri rappresentano la vita in tutte le sue sfumature.
Una vita che non si arrende alla morte, ma che rivendica un diritto fondamentale, per tutti: quello di vivere una vita secondo i nostri desideri, dell'essere padroni di noi stessi, fino alla fine. Qui a Torino l'hanno inserito in una serata sul caso Englaro, a me sembra più la storia di Piergiorgio Welby.
Un film toccante, commovente senza essere mai patetico, sostenuto da una colonna sonora trascinante e gioiosa,
mai retorico, realistico ma nello stesso tempo onirico, la storia di una persona che amava talmente la vita da non sopportare una vita che non era più tale. Da vedere, per commuoversi e riflettere.
postato da: gattaneilibri alle ore 17:00 | Permalink | commenti
categoria:cinema, diritti, attualitÃ