
categoria:arte, romanzi, impressionisti, scrittrici




Ogni tanto alle fiabe bisogna credere. Soprattutto quando sono insolite. Susan Boyle è tutto quello che la nostra società ipocrita e consumistica condanna: ha 48 anni, è disoccupata (su certi giornali l'hanno definita casalinga perché è più dignitoso, si vede..), non è fisicamente avvenente, è zitella, dice apertamente di non aver mai avuto un uomo (massima vergogna per una società sessuomane ed eterosessista come la nostra), vive in un vilaggio scozzese con il suo gatto Peebles dopo aver passato la vita con sua madre, morta da poco.
Le ragazzotte in stile velina erano pronte a sbranarla all'edizione inglese della Corrida, Britains got talent: peccato che Susan abbia una cosa che queste sculettanti fanciulle in cerca di un pesce grosso di sesso maschile non hanno: talento, e da vendere. Canta come un angelo.
Grazie Susan perché in un mondo per cui per le donne conta solo l'aspetto fisico (mentre gli uomini vanno accettati anche se sono dei roiti che fanno vomitare e guai se ne respingi uno, sarai tu la stronza e la bisbetica) hai fatto capire che non è così. Grazie Susan perché in un mondo dove a 35 anni sei scaduto per il mercato del lavoro, soprattutto se donna, hai fatto vedere che si possono fare cose belle anche molto dopo. Grazie Susan, perché hai dato dignità a noi zitelle, che non abbiamo bisogno di un uomo per sentirci complete. Del resto, che ti importa di non essere mai stata baciata se abiti a due passi da Edinburgo, hai uno splendido micio e una voce per cui ci si dannerebbe l'anima? E' ora di rivedere valori e priorità sociali.

Ieri ho cercato di vincere la stanchezza, lo scazzo e l'asocialità che mi caratterizzano da tempo ormai per passare una giornata a Milano, un po' da sola a vedere la mostra di Caravaggio e finalmente la Pinacoteca di Brera (spettacolare è dire poco, sarà la prima di molte visite!) e un po' in compagnia partecipando all'incontro La vie en rose, dedicato al romance made in Italy, con la partecipazione delle autrici italiane Mariangela Camocardi, Ornella Albanese, Lidia Conetti e Sylvia Z.Summers. Una bella giornata, comunque, che mi porta a fare riflessioni sul concetto di cultura che si ha in Italia.
Da noi la cultura è ancora vista da molti come qualcosa di cervellotico e noioso, un passatempo da scioperati (mi ricordo tutte le cose che mi sono sentite dire riguardo al mio amore per la cultura che sarebbe una compensazione del fatto che non avendo una famiglia non ho niente da fare, quando è stata invece una scelta libera, ho scelto di non avere legami per essere libera di passare il mio tempo tra cultura, creatività e viaggi, i veri amori della mia vita) e da persone che non hanno niente di meglio da fare. La cultura popolare, rappresentata benissimo dalla letteratura di genere (ma anche dal cinema di genere, dai telefilm, dai fumetti) viene disprezzata e bistrattata, e vista come qualcosa di cui vergognarsi.
In particolare gli amanti di romance vengono dipinti come tutti donne, casalinghe frustrate o infelici in cerca del grande amore, poco acculturate e con una visione del mondo conservatrice e bigotta. Niente di più falso, e io per prima ne sono la prova, ma anche le ragazze e non ragazze che c'erano ieri ad ascoltare queste quattro adorabili autrici, che mi hanno spronata a scrivere. Non sono certo una casalinga, mi piace lavorare, mi sono laureata (e ho anche un master, e una marea di corsi e sono momentaneamente disoccupata perché cerco qualcosa di meglio che una merda di truffa in un call center!), sono felicemente single, non cerco uomini (anche perché dopo aver sognato con i protagonisti dei romance e dei film quelli reali fanno a dir poco vomitare..), sono di sinistra, sono femminista. E non trovo niente di male a leggermi ogni tanto un romance, o a sognare, parallelamente a visitare una bella mostra (splendida quella a Palazzo Bolaffi di Jessi Boswell), a leggere libri magari più impegnativi (ne ho acquistati tre nuovi da Feltrinelli questa mattina), e a fare altre cose.



