mercoledì, 31 dicembre 2008


Ho letto come ultimo libro del 2008 (e questo mese sono riuscita a leggere tutti i 18 libri che avevo programmato) il saggio On writing di Stephen King, scritto da lui quasi dieci anni fa all'indomani di un incidente d'auto in cui a momenti ci lasciava la pelle. Non sono una fan sfegatata del Mago dell'Horror, ma negli anni mi sono scontrata con diversi libri e film suoi, amandone diversi, come Carrie, Shining, Dolores Claiborne (sublime il film con Kathy Bates), Misery, Rose Madder, e conto anzi di riprendere in mano sia libri che film. On writing è un atto d'amore alla creatività e alla scrittura, un libro che consiglio a chi come me sente di voler e dover scrivere. Ecco cosa scrive sull'argomento: "Scrivere non c'entra niente col fare soldi, diventare famosi, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità. Parte di questo libro, forse una parte eccessiva, ha raccontato come ho imparato il mestiere io. Molta parte l'ho dedicata a come voi potete farlo meglio. Il resto, forse la parte migliore, è un incitamento: potete, dovreste, e se siete abbastanza coraggiosi da cominciare, scriverete. Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L'acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi".
Non amo quelle cretinate da bravi bambini di fare i buoni propositi per l'anno nuovo. Ma ne voglio fare uno, più importante di mandare a quel paese i piazzisti telefonici e chi mi offre quel lavoro da falliti (chiamarlo lavoro è un insulto per i veri lavori e lavoratori), più importante di passare tanto tempo a imparare cose nuove e a migliorare il mio curriculum, più importante di visitare musei e leggere libri: voglio scrivere con costanza, tutti i giorni. Perché mi sono resa conto che, insieme alla lettura, è una delle cose che mi fa sentire meglio. Se non la cosa che mi fa sentire meglio.
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categoria:scrittura
mercoledì, 31 dicembre 2008


Ho letto l'altro romanzo di Mercedes Lackey che avevo acquistato l'altra estate a Forbidden Planet a Londra e devo dire che l'ho trovato migliore di The dark swan. La rilettura della fiaba della Bella addormentata nell'ambito di una congrega artistica che richiama i preraffaelliti è molto affascinante, anche se parte bene, e poi si affloscia un po' nel corso della narrazione. Comunque un libro piacevole, con spunti interessanti fantasy, ma anche sull'arte e sulla vita nell'Inghilterra dell'Ottocento.
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categoria:fantasy, fiabe
martedì, 30 dicembre 2008
Questo blog ospiterà anche le mie storie:




Titolo: Return

Genere: Stagione virtuale di X-Files, dopo I want to believe

Rating: R

Premessa: dopo aver visto I want to believe, sento il bisogno di dare un nuovo background agli agenti Mulder e Scully per una decima stagione virtuale, in vista di un possibile terzo film. Il personaggio di Charlotte Davies è un omaggio a Kristin Davies, la Charlotte di Sex and the city, che aveva come sogno nel cassetto quello di comparire in X-Files.


La chiave nella toppa della porta dell'appartamento girò, cigolò per un attimo e poi la porta si aprì. La stanza in cui si entrava era colma di scatoloni, tipici di un post trasloco, ma l'uomo che entrò si guardò intorno soddisfatto e si girò verso la donna che lo accompagnava:

“Sai, Scully, per la prima volta sono felice del perdono dell'FBI. Non credevo possibile di recuperare l'appartamento 42 con tutte le mie cose. Tempo un paio di giorni e lo renderò come nuovo, cioè come era una volta”.

“Sono felice per te, Mulder. E ricordati che io sono qui di fronte”.

“Anche qui grazie ai buoni uffici di Skinner, vero? Mi mancava Georgetown, e non lo credevo possibile”.

“Anche a me, Mulder, anche a me. E per fortuna niente più ospedali limitati mentalmente, o almeno spero”.

“Non ci contare, Scully, sai qual è il limite di oggi, no? I soldi...”

“Lo so, Mulder, lo so. Io sono qui di fronte, come ben sai”.

Dopo il caso in Virginia in cui Mulder e Scully, dopo sei anni di assenza dall'FBI, avevano aiutato la loro vecchia agenzia a risolvere un caso che gli aveva portati al cospetto di un chirurgo novello Frankenstein con l'aiuto di un prete pedofilo in preda alle visioni e al rimorso, gli era stata data la possibilità di ricominciare la loro carriera, interrotta sei anni prima bruscamente. Skinner, molto vicino si diceva al posto da direttore, aveva predisposto tutto, e i due agenti, dopo un periodo di vacanza insieme in un'isola del Pacifico, avevano accettato. Forse perché erano stufi di vivere alla macchia, forse perché sentivano nostalgia di qualcosa che avevano perso, forse perché alla lunga vivere in un paesino della Virginia può stancare.

Mulder sarebbe tornato ad occuparsi di profiling dei criminali e avrebbe potuto riaprire gli X-Files, che Skinner non aveva mai ufficialmente chiuso, mentre Scully avrebbe svolto un'attività esterna di consulenza, dato che non voleva rinunciare al lavoro da pediatra. Avrebbero ritrovato i loro colleghi Doggett e Reyes, oltre che Leyla Harrison, e aspettavano le loro visite proprio quel giorno. In fondo era grazie a Reyes e Harrison se Mulder era riuscito a ritornare nella sua vecchia casa, e se Scully aveva trovato casa di fronte a Mulder.

Tutto non sarebbe mai stato come un tempo: ma Mulder, mentre disfava gli scatoloni, disponeva i suoi libri nelle scaffalature, e appendeva il poster I want to believe, si sentiva felice. Da lunedì lo riaspettava il lavoro.

“Posso entrare?” John Doggett lo aspettava fuori dalla porta: era diventato leggermente brizzolato, nei suoi occhi c'era la malinconia di sempre, e Mulder sapeva per certo che a differenza di quello che era successo a lui tra John e Monica il rapporto continuava ad essere solo professionale.

“Doggett, grazie di tutto, scusa per il disordine!”

“Allora non ti scandalizzerai a vedere l'ufficio, anch'io e Monica abbiamo continuato a raccogliere contributi, per non parlare di quello che ci ha portato Leyla.”

“Che novità ci sono per il lavoro? Skinner mi ha detto che ci sono delle cose in ballo...”

“Lo vedrai da te, nell'ultimo mese abbiamo avuto una segnalazione per un sequestro pare alieno e un caso di telecinesi...”

“E per i supersoldati?”, chiese Mulder.

“Non se ne sa più niente. Come se fossero spariti. In questi anni ho tentato di mettermi in contatto con una di loro, la mia ex compagna d'armi Shannon Mac Mahon, ma è sparita dalla faccia della Terra. Marita Covarrubbias è diventata un pezzo grosso all'interno delle Nazioni Unite, e il resto lo sai. Ah, abbiamo anche un'informatrice, oltre a Leyla, che abita proprio in questa casa”.

“Chi è?”

“Una giornalista specializzata in paranormale, Charlotte Davies, forse come nome ti dice qualcosa, pensa che Monica l'ha stanata in un forum che non centra niente con gli X-Files, e meno male, perché è molto paranoica. La conoscerai, quando Monica la convincerà a venirti a trovare. Piuttosto, serve una mano?”

Alla fine, Mulder accettò che Doggett controllasse gli scarichi dell'acqua, e sistemasse alcuni scaffali in bagno. Ad un tratto arrivò anche Scully che, avendo una casa più minimalista, aveva finito di sistemare tutto o quasi.

Verso sera, passò anche Reyes:

“Che bello rivedervi entrambi! Vado a chiamare Charlotte, penso che sarà bello che la conosciate, pensate che l'ho incontrata in un forum sui romanzi a sfondo storico, e solo dopo ho scoperto questa sua attività”.

Poco dopo Monica Reyes tornò accompagnata da una donna della sua età, dai capelli scuri raccolti in una coda di cavallo, con due occhiali da vista sul naso:

“Ecco Charlotte. Vedrai, ti troverai bene anche con Mulder e Scully, sono due autorità nel settore delle investigazioni sul paranormale, e dato il tuo lavoro...”

“Vorrei chiarire, io ufficialmente lavoro come bibliotecaria a Washington, l'attività di scrittura è un di più”, disse Charlotte, intimidita, “ma forse con l'agente Mulder ci siamo già conosciuti, in qualche forum, io uso il nick di Melhusine di solito...”

“E io sono Foxboy”, disse Mulder, rendendosi conto per un attimo che il suo nick ricordava un po' troppo il soprannome di un suo nemico, sulla cui morte ogni tanto aveva qualche dubbio,che cercava di fugare.

“Ma allora ci siamo incontrati sul forum sul cinema e la letteratura fantasy, qualche tempo fa. Bello conoscerci di persona. Adesso scusate, devo andare a finire un articolo. Ci risentiamo presto!”

“Timida la tipa”, disse Scully guardandola allontanarsi.

“Classico topo di biblioteca e di computer”, disse Reyes, “ma ci dà delle buone dritte, quando se lo ricorda. Anche soltanto quella sui due appartamenti, viene da lei. Abita in fondo all'altro corridoio, all'appartamento 45, con due gatti e una marea di libri. Bene, che ne direste di una pizza per festeggiare da vecchi colleghi? Non so se l'avete notato, ma a un isolato da qui hanno aperto un ristorante pizzeria gestito da greci dove si mangia benissimo!”

“E' una vita che non mangio una pizza decente”, disse Scully, “mi sembra un'ottima idea andarci”.

Il resto del week end passò per Mulder e Scully tra sistemazione delle loro case e ripresa di contatti, che per Scully rappresentò il poter rivedere finalmente e non più sentire solo al telefono sua madre. Andò poi anche a prendere accordi per l'impegno all'interno del Central Hospital.

La sera di domenica andò nell'alloggio di Mulder e si mise sul divano con lui, a parlare e non solo:

“Sai che l'idea di riprendere un lavoro fisso mi piace?”, disse Mulder, accarezzandole i capelli.

“In questo sei molto normale, da un recente sondaggio è emerso che l'89 per cento degli americani preferisce il posto fisso, alla faccia di chi predica la flessibilità”, rispose lei.

“E tu cosa farai?”

“Consulenze nel reparto pediatria, consulenze per l'FBI... vorrei capire cosa fare da grande, cosa è successo a Our Lady of Sorrows mi ha anche stravolto, così come sono ancora stravolta dall'FBI. Ma tanto saprai dove trovarmi. Bella soluzione: siamo abbastanza vicini da vederci, ma indipendenti da non doverci detestare”.

“L'hai detto!” disse Mulder chinandosi a baciarla.


Fu con una certa emozione che Mulder varcò il portone dell'Edgar Hoover Building il lunedì mattina. Skinner lo aspettava puntuale dietro alle porte a vetri e lo riportò nel sotterraneo:

“Per ora non sono riuscito a convincere Doggett e Reyes a trasferirsi in un posto migliore...”

“Ma il mio posto è qui!”

Al lavoro c'era solo Doggett, che subito sottopose a Mulder una serie di mail su alcune mutilazioni del bestiame arrivate dal Montana: Reyes era andata a tenere una conferenza sulla ritualità e il folklore all'Università, mentre Leyla Harrison era impegnata in un'indagine su un assassino seriale.

“Forse ti chiederà una mano”, disse Doggett.

L'ora di pranzo arrivò in fretta. Doggett doveva andare a fare una coda alla Motorizzazione per una pratica che gli avevano sbagliato per cui declinò l'invito di Mulder ad andare a pranzo insieme. Mulder lasciò un messaggio a Scully e poi decise di seguire comunque il consiglio di Doggett sulla nuova tavola calda che avevano aperto di fronte all'Edgar Hoover Building:

“Si paga abbastanza poco e si mangia bene, niente schifezze ipocaloriche”.

Scully gli mandò un sms di risposta in cui diceva che l'avrebbe raggiunto poi e Mulder si accomodò nella tavola calda, dove evitò per un pelo di sedersi ad un tavolo con altri colleghi giovani, che cercavano di attirarlo:

“Aspetto Scully!” disse.

Ordinò un piatto di pasta e una coppa di macedonia e guardandosi attorno si disse che Doggett aveva ragione a consigliargli quel posto. Poveraccio, chissà come se la passava in coda alla Motorizzazione.

“Agente Mulder!” Una voce che biascicava gli fece alzare il volto dal giornale free press che stava sfogliando. Di fronte a lui c'era un uomo con la barba lunga, vestito come i molti senza tetto di cui aveva visto cresciuto il numero. Puzzava d'alcool. Cosa voleva?

Lo guardò meglio... e si ricordò che l'ultima volta che l'aveva incontrato era stato condannato a morte proprio da lui. Callen Brunnen, il Pubblico Ministero a quella burla del suo processo. Certo che era cambiato molto, e non in bene.

“Cosa vuole Brunnen?”

“Lei mi deve aiutare...”

“Non mi risulta che lei abbia fatto molto per me, per non parlare delle cattiverie che ha detto al processo a persone che stimo, come i miei colleghi Doggett o Reyes, o le cose che ha detto a Scully. Se vuole le do qualche spicciolo per comprarsi un panino, ma mi lasci in pace!”, disse Mulder. Di colpo ricordava il processo, la tortura precedente, e quell'arrogante palllone gonfiato che tormentava Scully. Fece per prendere il portafogli.

“No, lei mi deve ascoltare. Aveva ragione sui supersoldati, aveva ragione su tutto. Non sa cosa mi hanno fatto, mi aiuti la prego!”

Mulder lo guardò meglio: gli sembrava solo uno dei tanti yuppie crollati con la crisi. E poi non voleva aiutarlo, aveva fatto troppo male a lui e a Scully.

“Se ne vada!”

“Hai sentito?”, disse uno dei camerieri che si era avvicinato con l'ordinazione di Mulder, “vai fuori dai piedi, e se proprio vuoi passa da dietro con gli altri che ti diamo da mangiare, ma se non ti sbrighi non trovi niente! Guarda che chiamo la polizia!”

Callen Brunnen si allontanò dicendo:

“Loro sono sempre qui, loro sono sempre qui, hanno preso anche me”.

“Lo conosce?”, chiese al cameriere.

“Ogni tanto viene ed infastidisce i federali. Anche il vicedirettore Skinner. Sarà drogato”.

Poco dopo arrivò Scully e Mulder non volle parlarle del fatto. Si sarebbe informato meglio da Skinner e in giro su Callen Brunnen. Ma francamente, la cosa gli interessava poco. E guardandosi attorno in quella simpatica tavola calda, Mulder si sentì felice e soddisfatto.

Il resto della giornata passò veloce, perché Mulder si rese conto che c'erano parecchie cose da riprendere in mano, guardando anche il lavoro d'archivio di Doggett e Reyes. Così, senza rendersene conto, arrivarono le sei e mezzo di sera e l'ora di tornare a casa.

“Può essere che durante le prossime settimane debba fare una lezione a Quantico sugli assassini seriali, Mulder”, disse Doggett, “te ne parlo meglio nei prossimi giorni, mi piacerebbe che venissi a darmi una mano, sai questi nuovi ragazzi sono delle piccole belve!”

“E' un po' che non li frequento”, disse Mulder, “ma ti credo sulla parola e ti darò una mano, tienmi al corrente”.

Mulder tornò a casa prima di Scully e sulla porta incontrò Charlotte Davies, con in mano una borsa piena di libri:

“Non riesco a vivere senza libri!”, disse lei, sforzandosi di non essere troppo timida. A Mulder ricordava un Langley ma ancora più paranoico.

“Capisco. Stasera scrittura?”

“Penso di sì, ma niente fatti strani. Mi occupo di letteratura!”

“Buon lavoro allora!”, disse Mulder e rincasò. Non c'era ancora Scully e ne approfittò per mettere un po' in ordine la posta che era arrivata a casa sua, formata essenzialmente da pubblicità. Ma per fortuna c'era anche la nuova carta di credito, quella poteva essergli utile.

Scully arrivò poco dopo: mangiarono un piatto di spaghetti al pomodoro comprato al take away greco e mediterraneo e poi scambiarono le impressioni sul loro primo giorno di lavoro a Washington dopo anni.

Dopo cena guardarono un po' di televisione, sbuffando davanti ad un talk show e ad un reality e alla fine finendo su una trasmissione sul caso Watergate. Non andarono a dormire tardi ed optarono per l'alloggio di Mulder.

Il primo sonno per Mulder fu pesante e piacevole, molto più che quando viveva nel silenzio assoluto delle campagne della Virginia. Ad un tratto aprì gli occhi. Di fronte a lui, nella sua stanza, c'era Callen Brunnen, come era al processo, sei anni prima, mentre lo condannava a morte. Mulder rimase impietrito e poi vide il suo accusatore trasformarsi in quella specie di reietto che aveva visto quel pomeriggio: “Non mi hai aiutato, e ora pagherai!”

Di colpo Brunnen si riempiì di sangue e cadde per terra. Mulder ebbe un sussulto e si tirò su dal letto, accendendo la luce. Non c'era nessuno nella stanza, oltre a lui e a Scully che accanto a lui si iniziò a svegliare:

“Mulder, ma che ora è...”

Erano le tre e mezza del mattino.

“Scusa, Scully, mi sa che ho fatto un brutto sogno. Ora torno a dormire”.

Mulder ripiombò nel sonno, con un attimo di inquietudine.


A Crystal City, zona chic per i pezzi grossi di Washington, Walter Skinner aveva deciso di passare una serata tranquilla con la moglie Sharon. Non era arrivato tardi dal lavoro e aveva cenato con un paio di piatti che Sharon aveva preparato dopo essere tornata dalla Washington University dove insegnava letteratura inglese, dei maccheroni al sugo di funghi suggeriti da una ricercatrice universitaria italiana e verdure stufate al forno con formaggio. I problemi coniugali che aveva avuto con Sharon erano ormai cosa passata, ognuno dei due aveva il suo lavoro, che spesso li portava a stare lontani, ma avevano rinsaldato i loro legami.

Dopo cena si misero davanti alla televisione, tranquilli, a guardare su un canale di film classici La finestra sul cortile di Hitchcock, un film che Skinner non aveva più visto da quando erano giovani. Il film era ormai quasi alla fine, James Stewart era stato scoperto da Raymond Burr, quando qualcuno suonò al campanello di sotto.

Skinner attraversò il vasto salone che faceva anche da ingresso al suo appartamento e andò a rispondere: erano le undici passate, ma lui sapeva che come vicedirettore dell’Fbi doveva essere sempre disponibile anche se di solito lo contattavano via mail o sul cellulare. Appena prese in mano la cornetta del citofono la videocamera che riprendeva la persona per strada si attivò e gli portò l’immagine di un uomo sciatto e sporco, un senzatetto, che lo guardava con occhi allucinati:

“Hai sbagliato amico, qui non è il Rifugio della Speranza”, disse con un po’ di ironia, chiedendosi però come avesse fatto a sapere dove abitava.

“Vicedirettore Skinner? Sono Callen Brunnen, la prego mi faccia salire, devo parlarle, sono in pericolo, loro mi hanno trovato…”

Callen Brunnen. Skinner ebbe un attimo di stizza. Certo che si era ridotto ben male.

“Già detto e ripetuto. Io non aiuto chi è stato spietato con le persone che mi sono care. Le consiglio, visto come si è ridotto di andare al Rifugio della Speranza dai quaccheri, o alla parrocchia di Saint Lucy, dalle suore. Forse loro vorranno aiutarla. Mi lasci in pace!”

Skinner buttò giù la cornetta del citofono e tornò dalla moglie. Il film ormai era alle battute finali.

“Chi era?”, gli chiese Sharon.

“Un tizio svitato. Vorrei solo sapere come è arrivato a me”.

Più tardi Skinner ripensò per un attimo a Callen Brunnen. Non era la prima volta che lo contattava e ogni volta l’aveva visto ridotto sempre peggio. Volutamente non l’aveva mai voluto né sentire né tantomeno aiutare. Doveva arrangiarsi da solo.


Mulder dormiva del sonno pesante che precede il mattino, con sogni confusi, in cui era ancora nella casa in Virginia, ma la casa era diversa, somigliava ad uno chalet svizzero. Era nel salone e sapeva di stare aspettando Scully, ma con lui in quel momento c’era quell’attrice bionda che faceva Sex and the city, quella che in un episodio era stata fidanzata per poco tempo con quell’attore che Scully diceva che gli somigliava. Ad un tratto sentì bussare e andò ad aprire la porta, di sicuro c’era Scully.

Infatti c’era Scully che gli diceva:

“Mulder, guarda che stanno bussando!”

Infatti i colpi continuavano.

“Mulder, stanno bussando alla porta!”

Finalmente aprì gli occhi e vide che la sveglia segnava le cinque e tre quarti. Scully era vicina a lui, e qualcuno stava bussando alla porta.

“Chi può essere a quest’ora?”, disse Mulder alzandosi e infilandosi una maglietta.

“Chi è?”

“Agente Mulder? Sono il tenente Prentiss della polizia. C’è stato un omicidio e vorrei chiederle di venire”.

“Non capisco. Perché?”

“Perché credo che la vittima la conoscesse e cercasse di mettersi in contatto con lei”.


Definire un omicidio quello che Mulder e Scully si trovarono di fronte era un eufemismo. Della vittima era rimasto ben poco, dentro quello che un tempo forse era stato un costoso abito da avvocato di grido.

Sull’identità non c’erano dubbi: Callen Brunnen, il Pubblico Ministero del processo di Mulder: aveva documenti in tasca, insieme all’indirizzo di Mulder e a quello di Skinner. Ma lui era irriconoscibile.

“Non ho mai visto una cosa del genere, Mulder”, disse Scully, “posso fare io l’autopsia, se per te e Skinner va bene”.

“Agente Scully”, disse Skinner che era sopraggiunto nel frattempo, “direi che questo è un caso per voi due, se non avete problemi, e dirò a Doggett e Reyes di aiutarvi.”

“Lei aveva ancora visto Callen Brunnen?”, chiese Mulder.

“Ieri sera è passato da casa mia, era sconvolto, ma non l’ho fatto salire. Era ridotto male. Mi aveva contattato un paio di mesi fa alla mensa, e anche altre volte prima. La prima volta era stato tre anni fa via mail, una mail delirante. Cercava voi due, e diceva che i supersoldati l’avevano preso e venduto agli alieni. L’ho preso per pazzo, anche perché giravano delle voci sul suo conto dopo il processo su Mulder non molto belle”.

“Tipo?”, chiese Scully.

“Che sotto la scorza di Primo Ministro integerrimo fosse un cocainomano e un alcolista. Infatti ha perso il lavoro per questo”.


Scully uscì dalla sala in cui aveva effettuato l’autopsia, la prima dopo anni, sull’uomo che aveva condannato a morte Mulder.

“Non so cosa l’ha ucciso di preciso. E’ come se fosse scoppiato dal dentro. Ho trovato nel sangue una sostanza che ricorda il virus alieno a prima vista, ma è diversa. Ho trovato segni di iniezioni. Di alcol e cocaina non c’era l’ombra. Comunque ho messo da parte dei campioni e conto di analizzarli meglio”.

Skinner rimase pensieroso. Ricordò quello di cui aveva sofferto per anni, quelle nanomacchine che gli aveva iniettato Krycek e che sapeva essere quiescienti nel suo organismo. Forse Brunnen aveva avuto nel sangue qualcosa di simile a quello che aveva avuto lui.

“Agente Scully, o meglio dottoressa Scully, posso chiederle di aiutarci?”

“Certo, signore”, disse lei.

“Bisognerà che qualcuno venga a prendersi cosa resta di Brunnen”, disse Mulder, rendendosi conto che era perfido ma non riuscendo a fare a meno.

“Non so chi potrà”, disse Monica Reyes, che era appena entrata, “Brunnen era divorziato da alcuni anni, la moglie vive a New York dove lavora anch’essa come avvocato, e i genitori stanno sul lago Michigan a due passi da Chicago. Pare che non avesse più rapporti con nessuno. Non sono riuscita nemmeno a capire dove abitava di recente, farò qualche ricerca sulle abitazioni passate”.

“Credo che bisognerebbe provare a contattarli comunque”, disse Skinner, “magari se ne occupi lei agente Reyes con l’agente Doggett”.


Tre giorni dopo la sua morte, quel che restava di Callen Brunnen rimaneva in una cella frigorifera a Quantico, mentre Scully aveva chiesto esami approfonditi sui tessuti.

“Non c’è niente di conosciuto”, disse l’agente Mick Ikeda, di origine giapponese, “e come se qualcosa lo avesse consumato dall’interno, qualcosa di esterno ma di origine sconosciuto. Qualcosa che è partito dal sangue, distruggendolo dal dentro”.

Scully ricordò le nanomacchine che aveva una volta visto nel sangue di Skinner. Forse si trattava di una loro evoluzione, ma come erano arrivate nel sangue di Callen Brunnen?

Uscì per comunicare ai colleghi i risultati degli esami. Il volto di Skinner le fece capire che entrambi pensavano alla stessa cosa.

“Sarebbe interessante capire cosa è successo a Callen Brunnen in questi sei anni”, disse Skinner, “onestamente io so poco di lui, era il classico pupillo delle alte sfere.”

“Sono riuscita a mettermi in contatto con la moglie e i genitori”, disse Monica Reyes, “penso che andrò a trovarli nei prossimi giorni”.

“Provi a vedere cosa riesce a trovare e a farsi dire se sanno qualcosa”, disse Skinner.

“E noi vedremo di scoprire dove abitava e che rapporti aveva con il suo prossimo a parte infastidirlo nelle tavole calde”, disse Mulder.


Monica Reyes provò piacere a fare un giro per New York, mentre raggiungeva lo studio di Marion Ross, ex moglie di Callen Brunnen, esperta in diritto falliment

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categoria:fanfiction, x-files
martedì, 30 dicembre 2008


In attesa di una lettura più sistematica con i singoli autori e antologie, mi sono riletta l'antologia completa C'era una volta della Newton Compton, che raccoglie in due volumi il meglio della favolistica mondiale, dalle Mille e una Notte a Il canto di Natale di Dickens, dalle fiabe di Oscar Wilde (marò, mi sono quasi messa a piangere in pullman rileggendo Il principe felice) ai favolisti del Re Sole, dalle fiabe irlandesi di Yeats a quelle russe di Afanasev. Una lettura sempre piacevole ed appassionante: le fiabe sono il primo genere letterario che incontriamo nella nostra carriera di lettori, e sono anche un genere che rimane nell'animo e nell'immaginario, e al di là delle battute sul Principe azzurro che è superato (la bella principessa rispose al Principe di no e visse felice e contenta guadagnando soldi, viaggiando, creando  e senza fare la serva a nessuno, questa è la fiaba da raccontare), dalle fiabe si può imparare molto, anche soltanto che nascere come ultimi non vuol dire poter diventare un giorno qualcuno grazie alle proprie doti interiori e umane.
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categoria:letteratura, classici, fiabe
martedì, 30 dicembre 2008

Mi sono rivista questo film della Disney, forse uno dei miei preferiti in assoluto se non il mio preferito e devo dire che è sempre bello e magico, senza contare le tematiche che propone, a cominciare dalla tolleranza verso il diverso (vero, cari signori che vi divertite a fare cattiverie a due poveri barboni che non vi hanno fatto niente?) e il femminismo.
La fiaba originale di Madame Le Prince de Beaumont è solo uno spunto, ma La Bella e La Bestia disneyana ha dalla sua delle belle canzoni, un castello meraviglioso, soprattutto quando è dark, delle atmosfere splendide (il bosco con i lupi è bellissimo), ma soprattutto il personaggio di Belle, una ragazza forte e volitiva, che ama leggere e non sa che farsene dell'idiota del villaggio che vorrebbe sposarla e vorrebbe che lei per lui rinunciasse ai suoi adorati libri, per fargli da serva. Per forza che Belle preferisce la Bestia, vorrei vedere! Comunque di Gaston la vita reale è piena, e non c'è nessuna Bestia che gli azzanna i gioielli di famiglia, per cui ci dobbiamo arrangiare da sole, se vogliamo difendere la nostra vita libera e colta. Un film da rivedere, anche perché mi sa che c'è da rifarsi un po' il gusto, soprattutto dopo le ultime proposte animate arrivate dagli States e non solo..

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categoria:femminismo, fiabe, disney
martedì, 30 dicembre 2008

Sono riuscita finalmente a vedere la versione inedita nel nostro Paese di Cime tempestose, con Juliette Binoche nel ruolo di Cathy e della figlia Catherine e Ralph Fiennes in quella di Heathcliff, con i costumi di James Acheson, premio Oscar per L'ultimo imperatore di Bertolucci e la colonna sonora di Ryuchi Sakamoto. Devo dire notevole: forse soffre di un po' di lentezza in un paio di passaggi, ma è una trasposizione sontuosa del dramma di amore, morte, romanticismo e goticismo di Emily Bronte, anche soltanto per gli splendidi panorami del Yorkshire. Juliette Binoche è una Cathy perfetta, ma Ralph Fiennes è grandioso come Heathcliff, soprattutto nella parte finale. La scena dopo la morte di Cathy è perfetta: Torna a dannarmi dalla morte! Lo consiglio a chi conosce l'inglese, tanto ci sono i sottotitoli per aiutarsi.

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categoria:film, romanzi, ottocento, scrittrici
martedì, 30 dicembre 2008


Domani sera c'è la festa che reputo la più idiota, peggio ancora di san Valentino (e ce ne vuole..): Capodanno, che non rappresenta nulla, solo consumismo, e durante la quale c'è la deprecabile usanza dei botti. Ecco un copia e incolla di una cosa che ho trovato, sul danno che i botti fanno ai nostri amici pelosi (lasciando stare poi le cattiverie volute con petardi ed altro, alle quali è meglio che non pensi altrimenti mi trasformo in Hannibal Lecter!!):

Un attimo di divertimento puo' provocare tantissimo dolore.
Purtroppo l'usanza dei botti di fine anno in Italia è particolarmente diffusa. Nonostante i numerosi appelli alla prudenza, ogni anno provoca moltissime vittime.
Un appello a tutti coloro che amano gli animali, ma anche a coloro che pur non amandoli li rispettano semplicemente perchè esseri viventi: da quest'anno, rinunciate a sparare i botti di fine anno, pur essendo un'antica tradizione e fonte di allegria e divertimento per tanti.
Per far brillare le festività sarebbe auspicabile ripiegare sull'uso di fuochi d'artificio strabilianti ma silenziosi, è possibile organizzare spettacoli tanto luminosi quanto silenziosi,
Stando alle statistiche il numero di animali smarriti, incidentati e morti in seguito alla fuga dovuta al panico è pari o maggiore alle segnalazioni di abbandoni estivi.
Non utilizzare i botti sarà un segno di civiltà e sensibilità anche nei confronti di tutti gli operatori, in particolar modo dei vigili del fuoco, che il primo dell'anno devono adoperarsi per interventi di soccorso di animali rifugiatisi in ogni dove.
L'animale in preda al panico e allo stress non risponde al richiamo ma fugge come impazzito quindi è bene seguire alcune regole importantissime:
- accertatevi che il vostro cane sia microchippato-iscritto all'anagrafe canina-e abbia anche la medaglietta di riconoscimento con numeri di telefono validi;
- durante le passeggiate non slegate il cane dal guinzaglio;
- tenete gli animali, anche quelli che abitualmente vivono fuori, in casa o in un luogo protetto o rassicurante, dove non ci siano oggetti con cui muovendosi potrebbero ferirsi (es. garage);
- se rimangono soli potrete lasciare la radio o la televisione accesi per distrarli dai rumori esterni;
- non legate il cane a catena, potrebbe tentare la fuga rischiando di ferirsi gravemente o peggio, rimanere impiccato;
- non lasciate l'animale in balcone, potrebbe cercare di saltar giù a rischio della vita;
- non lasciare porte o finestre aperte che possano permettere la fuga del vostro animale in un momento di panico o di terrore;
- non rafforzate la loro paura dei botti con un atteggiamento agitato, mantenetevi invece molto calmi, sereni e ignorate le loro manifestazioni di paura.
L'uso dei botti spesso porta alla morte, dopo atroci sofferenze, migliaia di animali per spavento, ferite, assideramento.
A fine anno accendete il colore, fate chiasso con un brindisi e tanta musica per il buon umore, festeggiate tutelando la gioia e la sicurezza di tutti!!!

Comunque me ne starò a casa, con la splendida compagnia del mio adorato Eusebio, senza botti, disperate in cerca di uccello, maschietti etero molestatori, soldi, cibo scadente e tutte le cose che odio di questa festa. E suggerisco una soluzione a chi ama fare i botti: mangiate tante belle lenticchie, fagioli e ceci, e giù scoregge! E magari, bevete tanta bella birra, così fate qualche bel rutto!
E a proposito di gente stronza e cattiva, vorrei capire come mai stanotte qualche buontempone con il culo al caldo ha pensato bene di riempire d'acqua le povere cose di due barboni che hanno fatto della strada la loro casa: persone che non fanno male a nessuno... Vergogna!!!
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categoria:feste, animalismo
lunedì, 29 dicembre 2008


Sono andata a vedere uno dei film che aspettavo di più di questa stagione, dato il mio amore per i film in costume, l'Inghilterra, il Settecento e devo dire che questo film va giudicato su due piani diversi.
Dal punto di vista formale, come costumi, ambienti (in cui ho riconosciuto alcuni posti che ho visto ed adorato, come Bath e Courtald House), scenografie, musiche, ricostruzione d'epoca, il film è perfetto, un tuffo nel passato. La trama, che ricostruisce  la storia di una bisavola di Lady Diana, come lei moglie infelice, come lei madre devota, come lei costretta a coabitare in un triangolo (e come lei dopo la sua morte il marito sposò la sua amante di una vita!) invece non è particolarmente convincente, troppo melodrammatica e ricostruisce poco il vero personaggio di Lady Georgiana Devonshire, raccontato invece molto bene nella bella biografia di Amanda Foreman che ha ispirato il film. Ecco, dopo aver letto il libro mi aspettavo di più. Comunque un film da vedere, in attesa di altri film che andrò a vedere nel 2009: a parte Ember, relegato solo in orario serale a quanto pare, ci sono Il giardino dei limoni, Un matrimonio americano, Milk, Inkheart, I segreti di Moonacre, Australia, I love shopping.
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categoria:libri, storia, attrici, film in costume
lunedì, 29 dicembre 2008


Visto che è tutto fermo a livello lavorativo (ma io continuo ad inviare curriculum per annunci e autocandidature) sto curando una delle cose a cui tengo di più, anzi la cosa a cui tengo di più insieme all'indipendenza economica: la mia vita culturale, visitando musei e mostre.
Conto di tornare quanto prima al Mao, comunque venerdì sono stata a Palazzo Madama dove ho visto le splendide nuove terracotte ma anche tutto il resto, compreso un incomparabile panorama con la neve. Sabato sono stata a Venaria, addirittura magica con la neve, nell'attesa della mostra sull'Egitto subacqueo che ci sarà a febbraio nelle scuderie, mentre ieri mi sono divisa tra la mostra di Costantino Nigra al Museo del Risorgimento (splendido quadro della storia dell'Ottocento, epoca che adoro) e la Triennale Le lune di Saturno alla Promotrice del Valentino, con tanto di puntata nel Borgo medievale a vedere il presepe di Luzzati. Stamattina è stata la volta della mostra su Francesco Rosi al Museo del cinema, regista di cui ricordo il fiabesco C'era una volta con Sofia Loren e Omar Sharif dalla fiaba di Basile e con un vaghissimo ricordo Cristo si è fermato ad Eboli che mi portarono a vedere al cinema in quinta elementare.
Nei prossimi giorni conto di visitare la Pinacoteca di Gianni e Marella Agnelli dove c'è una mostra di arte varia e la mostra dei presepi di Cracovia al Museo della montagna, ghiaccio e neve permettendo, stesso motivo per cui ho rinviato ieri la visita alla Villa della Regina. Sperando che non taglino anche la cultura, una delle poche cose belle, gratificanti e che riempiono la vita.

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categoria:cultura, musei
lunedì, 29 dicembre 2008


In questo periodo mi sono occupata, all'interno di un progetto per manga e anime, di Sailor Moon, anime di culto dieci anni fa poi sparito dalla circolazione, lasciando alcune eredi, come le discutibili Winx. Mi è venuta una gran voglia di rivedere questa serie e di rileggere il manga, una serie all'apparenza commerciale, ma che mette insieme le storie di maghette e di guerriere, con in più una venatura yuri negli splendidi personaggi di Uranus e Neptune, i due che preferisco insieme ovviamente ai gatti.
Purtroppo Naoko Takeuchi ha da tempo bloccato i diritti di trasmissione e pubblicazione al di fuori del Giappone, dove di recente è stata prodotta una serie dal vivo decisamente trash (ma mai come il film dal vivo di Dragonball, sarà che io Dragonball proprio non lo reggo nemmeno in animazione): ma in qualche modo ci si può arrangiare a trovare questa serie e suggerisco a tutte le ragazzine che sbavano dietro a quelle sciacquette delle Winx di guardare le guerriere Sailor. Io ho giusto una nipotina da traviare con Bunny, compagne umane e amici pelosi e felini.
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categoria:manga, anime, sailor moon, yuri
sabato, 27 dicembre 2008



Ho letto in questi giorni che il governo francese ha insignito nell'ultimo anno della Legion d'Onore due persone che mi stanno molto a cuore, perché mi hanno fatto sognare.
La prima persona è Riyoko Ikeda, autrice di Lady Oscar e di altri splendidi manga: si tratta della prima autrice di fumetti giapponesi a venir insignita di questa onorificenza, per il contributo che ha dato alla conoscenza e all'amore per la cultura francese con la sua opera. Verissimo: se in molte nostre librerie ci sono libri a non finire sulla storia di Francia e se abbiamo visitato Versailles è anche merito di Oscar e delle sue avventure, recentemente ritornate nelle nostre fumetterie con una nuova edizione della D-Visual, che speriamo che non ci metta una vita a pubblicarle (anche perché nel 2012 finisce il mondo).
La seconda persona è Robert Hossein, l'indimenticabile Joffrey de Peyrac della serie di Angelica, poi regista di spettacoli teatrali kolossal, che il 30 di questo mese compirà 81 anni (ha rifiutato di fare il nonno di Sophie nel Codice da Vinci, lui come direbbe Uguccione le eroine se le tromba non ci fa da nonno, peccato per l'età) e che comunque ha fatto molto per appassionare alla cultura di Francia e non solo. Che poi lui non è nemmeno francese di origine: suo padre era un compositore e musicista iraniano, sua madre era un'ebrea di Kiev, ma cosa centra quando sei grande?
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categoria:manga, attori, attualità, lady oscar, angelica
venerdì, 26 dicembre 2008


Pare che quell'essere insulso chiamato Paris Hilton (e no, non sono gelosa di lei, certo i suoi soldi mi potrebbero far comodo, ma non vorrei mai essere una stronzetta viziata e viziosa, che non fa nulla di costruttivo nella sua vita, ignorante, senza ideali che non siano fare shopping e con in più un gusto pessimo nel vestirsi e nell'arredare casa) abbia da qualche tempo deciso di ospitare in casa sua un povero procione, non informandosi prima che i procioni non sono fatti per vivere in una casa pacchiana senza un po' di verde. Morale: la povera Paris si lamenta perché il procione la morde e perché le devasta l'appartamento, dimostrando in questo di avere più buon gusto di lei. Ma non le viene in mente che starebbe meglio in mezzo a qualche bosco, magari in compagnia di gente meno sofistica di lei?
E a questo proposito, sono allibita dalla scelta come nuovo animale da compagnia per molti del petauro dello zucchero, animaletto delizioso, ma abituato a vivere nella foresta, che necessita di un ambiente in casa fasullo ma chi gli ricordi il suo luogo d'origine e di cibo costoso e raro, senza contare il fatto che come tutti gli animali selvatici rosicchia tutto, fili della luce in testa. Ma siamo fuori? La smettiamo di voler forzare animali che non sono fatti per essere prigionieri del nostro egoismo, ma per essere liberi? Abbiamo fedeli amici come cani e gatti, che nonostante tutti i nostri difetti ci vogliono bene da millenni: stiamo con loro ed evitiamo di andare a disturbare petauri, procioni e compagnia.
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categoria:attualità, animalismo
venerdì, 26 dicembre 2008


Un Natale da perfetta zitella il mio, a casa, sono riuscita pure a rispondere a degli annunci di lavoro il mattino di Natale (e lunedì vado a tirare le orecchie ad un'agenzia, perché ho visto che ha un lavoro giusto per me!), ho sistemato un po' la mia libreria (attività ultragratificante), del resto non conosco un modo migliore di passare il Natale. Tra il 24 e il 25 ho visto due film natalizi che adoro, due commedie inglesi deliziose, e cioè Love actually e L'amore non va in vacanza. Ribadisco il concetto che mi piace sognare ma che resto profondamente cinica per quello che riguarda la vita reale, comunque l'atmosfera di questi due film è deliziosa, già soltanto perché si svolgono in un Paese che adoro come l'Inghilterra.
Love actually è un film corale, che unisce il meglio del cinema inglese degli ultimi anni, da Alan Rickman ad Emma Thompson, da Hugh Grant a Colin Firth, in tante storie di vita, commoventi, magari poco probabili ma non sdolcinate, con sullo sfondo una Londra magica e sulle note di una bellissima colonna sonora.
L'amore non va in vacanza è all'apparenza il classico chick movie, incentrato su due donne infelici in amore che si scambiano le loro vite, ma è anche un atto d'amore per il cinema (il personaggio interpretato da Eli Wallach è sublime)  oltre che un inno alla speranza di poter cambiare le proprie vite anche per chi, come me, non è interessata a trovare l'anima gemella. E poi: la casa di Amanda negli States è troppo, ma che bello il cottage di Iris in Inghilterra, da me eletto casa ideale, con quel delizioso paesino vicino e Londra a due passi.
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categoria:film, natale
giovedì, 25 dicembre 2008


Giusto per non dimenticarci che il mondo fa schifo, metto una bella foto ma le cose che dico non sono belle.
Innanzitutto vorrei capire perché quello schifoso dell'assassino di Giovanna Reggiani non è stato condannato all'ergastolo perché è stata riconosciuta come attenuante il fatto che fosse ubriaco e soprattutto il fatto che lei ha reagito alla violenza. Certo, noi donne dobbiamo starcene buone a farci violentare dal maschio di turno, tanto è colpa nostra che vogliamo uscire di casa e renderci indipendenti, loro poveri maschietti sono spaventati da noi e vogliono rimetterci a posto, perché in fondo cercano solo amore, stronze noi che non vogliamo darglielo. Sempre più felice di essere femminista separatista, sempre più schifata dall'insieme, a cominciare da quella ministra delle pari opportunità che ha il coraggio di dire che la violenza contro noi donne c'è perché non vogliamo starcene buone in famiglia, unico posto dove ci realizziamo. Lei invece si realizza ad ingoiare volatili, complimenti, ma deve capire che non tutte noi gradiamo uccelli, salami e tutto il maiale appiccicato. E tanto per rimanere schifati, non approvo che al tg3 diano spazio alla storia di una famiglia con nove figli, con tanto di esaltazione retorica e maschilista della loro scelta a dir poco sconsiderata, dando degli egoisti e degli aridi a chi non vuole sfiancarsi a fare figli perché ha altre aspirazioni. Del resto, problema con cui mi scontro spesso, vedi i maschietti etero che non si capisce come mai vedono in me periodicamente la madre dei loro figli, e dire che faccio di tutto per allontanarli, ma loro vorrebbero portarmi sulla retta via, sì come no, non hanno ancora capito che una femminista separatista non se che farsene del già citato salame con maiale.
E su un altro blog non leggo mica di tre idioti che in Calabria hanno impiccato per pura cattiveria il micio di un pensionato (e già, noi persone sole che viviamo con gli animali siamo pericolose, perché facciamo vedere che si può essere felici anche di poco) e un senzatetto a Roma ha ucciso e stava per arrostire un povero gatto, con tutte le mense e le iniziative che obiettivament vengono a loro dedicate. Una cosa schifosa, ancora di più se penso alla storia di quel barbone e della sua gattina. Per carità, non smentiamoci mai, facciamo schifo sempre e comunque, per forza che poi si diventa animalisti.
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categoria:femminismo, animalismo
mercoledì, 24 dicembre 2008


Visto che ci siamo, mi sembra doveroso ribadire le cose che amo e le cose che odio del Natale.
Amo il fatto che si continui a festeggiare una festa antichissima, che risale agli Egizi e ai Celti, amo l'atmosfera delle città, con gli addobbi e simili, amo il fatto di starmene a casa in pace, amo i film di Natale con la loro atmosfera festosa (tranne uno, The family man, banale).
Non amo l'obbligo del consumismo, il fatto di dover vedere gente di cui me ne importa ben poco, la strumentalizzazione che ne ha fatto la chiesa cattolica, le magnate. Comunque meglio Natale che Capodanno: il 31 dicembre suscita solo il mio odio, infatti non lo festeggio (ho provato a farlo anni fa ed è stato un incubo, compagnia loffia con gente con la quale non avevo niente in comune) e me ne sto a casa da sola con il mio gatto e i miei libri.
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categoria:vita, natale