Questo blog ospiterà anche le mie storie:
Titolo: Return
Genere: Stagione virtuale di X-Files, dopo I want to believe
Rating: R
Premessa: dopo aver visto I want to believe, sento il bisogno di dare un nuovo background agli agenti Mulder e Scully per una decima stagione virtuale, in vista di un possibile terzo film. Il personaggio di Charlotte Davies è un omaggio a Kristin Davies, la Charlotte di Sex and the city, che aveva come sogno nel cassetto quello di comparire in X-Files.
La chiave nella toppa della porta dell'appartamento girò, cigolò per un attimo e poi la porta si aprì. La stanza in cui si entrava era colma di scatoloni, tipici di un post trasloco, ma l'uomo che entrò si guardò intorno soddisfatto e si girò verso la donna che lo accompagnava:
“Sai, Scully, per la prima volta sono felice del perdono dell'FBI. Non credevo possibile di recuperare l'appartamento 42 con tutte le mie cose. Tempo un paio di giorni e lo renderò come nuovo, cioè come era una volta”.
“Sono felice per te, Mulder. E ricordati che io sono qui di fronte”.
“Anche qui grazie ai buoni uffici di Skinner, vero? Mi mancava Georgetown, e non lo credevo possibile”.
“Anche a me, Mulder, anche a me. E per fortuna niente più ospedali limitati mentalmente, o almeno spero”.
“Non ci contare, Scully, sai qual è il limite di oggi, no? I soldi...”
“Lo so, Mulder, lo so. Io sono qui di fronte, come ben sai”.
Dopo il caso in Virginia in cui Mulder e Scully, dopo sei anni di assenza dall'FBI, avevano aiutato la loro vecchia agenzia a risolvere un caso che gli aveva portati al cospetto di un chirurgo novello Frankenstein con l'aiuto di un prete pedofilo in preda alle visioni e al rimorso, gli era stata data la possibilità di ricominciare la loro carriera, interrotta sei anni prima bruscamente. Skinner, molto vicino si diceva al posto da direttore, aveva predisposto tutto, e i due agenti, dopo un periodo di vacanza insieme in un'isola del Pacifico, avevano accettato. Forse perché erano stufi di vivere alla macchia, forse perché sentivano nostalgia di qualcosa che avevano perso, forse perché alla lunga vivere in un paesino della Virginia può stancare.
Mulder sarebbe tornato ad occuparsi di profiling dei criminali e avrebbe potuto riaprire gli X-Files, che Skinner non aveva mai ufficialmente chiuso, mentre Scully avrebbe svolto un'attività esterna di consulenza, dato che non voleva rinunciare al lavoro da pediatra. Avrebbero ritrovato i loro colleghi Doggett e Reyes, oltre che Leyla Harrison, e aspettavano le loro visite proprio quel giorno. In fondo era grazie a Reyes e Harrison se Mulder era riuscito a ritornare nella sua vecchia casa, e se Scully aveva trovato casa di fronte a Mulder.
Tutto non sarebbe mai stato come un tempo: ma Mulder, mentre disfava gli scatoloni, disponeva i suoi libri nelle scaffalature, e appendeva il poster I want to believe, si sentiva felice. Da lunedì lo riaspettava il lavoro.
“Posso entrare?” John Doggett lo aspettava fuori dalla porta: era diventato leggermente brizzolato, nei suoi occhi c'era la malinconia di sempre, e Mulder sapeva per certo che a differenza di quello che era successo a lui tra John e Monica il rapporto continuava ad essere solo professionale.
“Doggett, grazie di tutto, scusa per il disordine!”
“Allora non ti scandalizzerai a vedere l'ufficio, anch'io e Monica abbiamo continuato a raccogliere contributi, per non parlare di quello che ci ha portato Leyla.”
“Che novità ci sono per il lavoro? Skinner mi ha detto che ci sono delle cose in ballo...”
“Lo vedrai da te, nell'ultimo mese abbiamo avuto una segnalazione per un sequestro pare alieno e un caso di telecinesi...”
“E per i supersoldati?”, chiese Mulder.
“Non se ne sa più niente. Come se fossero spariti. In questi anni ho tentato di mettermi in contatto con una di loro, la mia ex compagna d'armi Shannon Mac Mahon, ma è sparita dalla faccia della Terra. Marita Covarrubbias è diventata un pezzo grosso all'interno delle Nazioni Unite, e il resto lo sai. Ah, abbiamo anche un'informatrice, oltre a Leyla, che abita proprio in questa casa”.
“Chi è?”
“Una giornalista specializzata in paranormale, Charlotte Davies, forse come nome ti dice qualcosa, pensa che Monica l'ha stanata in un forum che non centra niente con gli X-Files, e meno male, perché è molto paranoica. La conoscerai, quando Monica la convincerà a venirti a trovare. Piuttosto, serve una mano?”
Alla fine, Mulder accettò che Doggett controllasse gli scarichi dell'acqua, e sistemasse alcuni scaffali in bagno. Ad un tratto arrivò anche Scully che, avendo una casa più minimalista, aveva finito di sistemare tutto o quasi.
Verso sera, passò anche Reyes:
“Che bello rivedervi entrambi! Vado a chiamare Charlotte, penso che sarà bello che la conosciate, pensate che l'ho incontrata in un forum sui romanzi a sfondo storico, e solo dopo ho scoperto questa sua attività”.
Poco dopo Monica Reyes tornò accompagnata da una donna della sua età, dai capelli scuri raccolti in una coda di cavallo, con due occhiali da vista sul naso:
“Ecco Charlotte. Vedrai, ti troverai bene anche con Mulder e Scully, sono due autorità nel settore delle investigazioni sul paranormale, e dato il tuo lavoro...”
“Vorrei chiarire, io ufficialmente lavoro come bibliotecaria a Washington, l'attività di scrittura è un di più”, disse Charlotte, intimidita, “ma forse con l'agente Mulder ci siamo già conosciuti, in qualche forum, io uso il nick di Melhusine di solito...”
“E io sono Foxboy”, disse Mulder, rendendosi conto per un attimo che il suo nick ricordava un po' troppo il soprannome di un suo nemico, sulla cui morte ogni tanto aveva qualche dubbio,che cercava di fugare.
“Ma allora ci siamo incontrati sul forum sul cinema e la letteratura fantasy, qualche tempo fa. Bello conoscerci di persona. Adesso scusate, devo andare a finire un articolo. Ci risentiamo presto!”
“Timida la tipa”, disse Scully guardandola allontanarsi.
“Classico topo di biblioteca e di computer”, disse Reyes, “ma ci dà delle buone dritte, quando se lo ricorda. Anche soltanto quella sui due appartamenti, viene da lei. Abita in fondo all'altro corridoio, all'appartamento 45, con due gatti e una marea di libri. Bene, che ne direste di una pizza per festeggiare da vecchi colleghi? Non so se l'avete notato, ma a un isolato da qui hanno aperto un ristorante pizzeria gestito da greci dove si mangia benissimo!”
“E' una vita che non mangio una pizza decente”, disse Scully, “mi sembra un'ottima idea andarci”.
Il resto del week end passò per Mulder e Scully tra sistemazione delle loro case e ripresa di contatti, che per Scully rappresentò il poter rivedere finalmente e non più sentire solo al telefono sua madre. Andò poi anche a prendere accordi per l'impegno all'interno del Central Hospital.
La sera di domenica andò nell'alloggio di Mulder e si mise sul divano con lui, a parlare e non solo:
“Sai che l'idea di riprendere un lavoro fisso mi piace?”, disse Mulder, accarezzandole i capelli.
“In questo sei molto normale, da un recente sondaggio è emerso che l'89 per cento degli americani preferisce il posto fisso, alla faccia di chi predica la flessibilità”, rispose lei.
“E tu cosa farai?”
“Consulenze nel reparto pediatria, consulenze per l'FBI... vorrei capire cosa fare da grande, cosa è successo a Our Lady of Sorrows mi ha anche stravolto, così come sono ancora stravolta dall'FBI. Ma tanto saprai dove trovarmi. Bella soluzione: siamo abbastanza vicini da vederci, ma indipendenti da non doverci detestare”.
“L'hai detto!” disse Mulder chinandosi a baciarla.
Fu con una certa emozione che Mulder varcò il portone dell'Edgar Hoover Building il lunedì mattina. Skinner lo aspettava puntuale dietro alle porte a vetri e lo riportò nel sotterraneo:
“Per ora non sono riuscito a convincere Doggett e Reyes a trasferirsi in un posto migliore...”
“Ma il mio posto è qui!”
Al lavoro c'era solo Doggett, che subito sottopose a Mulder una serie di mail su alcune mutilazioni del bestiame arrivate dal Montana: Reyes era andata a tenere una conferenza sulla ritualità e il folklore all'Università, mentre Leyla Harrison era impegnata in un'indagine su un assassino seriale.
“Forse ti chiederà una mano”, disse Doggett.
L'ora di pranzo arrivò in fretta. Doggett doveva andare a fare una coda alla Motorizzazione per una pratica che gli avevano sbagliato per cui declinò l'invito di Mulder ad andare a pranzo insieme. Mulder lasciò un messaggio a Scully e poi decise di seguire comunque il consiglio di Doggett sulla nuova tavola calda che avevano aperto di fronte all'Edgar Hoover Building:
“Si paga abbastanza poco e si mangia bene, niente schifezze ipocaloriche”.
Scully gli mandò un sms di risposta in cui diceva che l'avrebbe raggiunto poi e Mulder si accomodò nella tavola calda, dove evitò per un pelo di sedersi ad un tavolo con altri colleghi giovani, che cercavano di attirarlo:
“Aspetto Scully!” disse.
Ordinò un piatto di pasta e una coppa di macedonia e guardandosi attorno si disse che Doggett aveva ragione a consigliargli quel posto. Poveraccio, chissà come se la passava in coda alla Motorizzazione.
“Agente Mulder!” Una voce che biascicava gli fece alzare il volto dal giornale free press che stava sfogliando. Di fronte a lui c'era un uomo con la barba lunga, vestito come i molti senza tetto di cui aveva visto cresciuto il numero. Puzzava d'alcool. Cosa voleva?
Lo guardò meglio... e si ricordò che l'ultima volta che l'aveva incontrato era stato condannato a morte proprio da lui. Callen Brunnen, il Pubblico Ministero a quella burla del suo processo. Certo che era cambiato molto, e non in bene.
“Cosa vuole Brunnen?”
“Lei mi deve aiutare...”
“Non mi risulta che lei abbia fatto molto per me, per non parlare delle cattiverie che ha detto al processo a persone che stimo, come i miei colleghi Doggett o Reyes, o le cose che ha detto a Scully. Se vuole le do qualche spicciolo per comprarsi un panino, ma mi lasci in pace!”, disse Mulder. Di colpo ricordava il processo, la tortura precedente, e quell'arrogante palllone gonfiato che tormentava Scully. Fece per prendere il portafogli.
“No, lei mi deve ascoltare. Aveva ragione sui supersoldati, aveva ragione su tutto. Non sa cosa mi hanno fatto, mi aiuti la prego!”
Mulder lo guardò meglio: gli sembrava solo uno dei tanti yuppie crollati con la crisi. E poi non voleva aiutarlo, aveva fatto troppo male a lui e a Scully.
“Se ne vada!”
“Hai sentito?”, disse uno dei camerieri che si era avvicinato con l'ordinazione di Mulder, “vai fuori dai piedi, e se proprio vuoi passa da dietro con gli altri che ti diamo da mangiare, ma se non ti sbrighi non trovi niente! Guarda che chiamo la polizia!”
Callen Brunnen si allontanò dicendo:
“Loro sono sempre qui, loro sono sempre qui, hanno preso anche me”.
“Lo conosce?”, chiese al cameriere.
“Ogni tanto viene ed infastidisce i federali. Anche il vicedirettore Skinner. Sarà drogato”.
Poco dopo arrivò Scully e Mulder non volle parlarle del fatto. Si sarebbe informato meglio da Skinner e in giro su Callen Brunnen. Ma francamente, la cosa gli interessava poco. E guardandosi attorno in quella simpatica tavola calda, Mulder si sentì felice e soddisfatto.
Il resto della giornata passò veloce, perché Mulder si rese conto che c'erano parecchie cose da riprendere in mano, guardando anche il lavoro d'archivio di Doggett e Reyes. Così, senza rendersene conto, arrivarono le sei e mezzo di sera e l'ora di tornare a casa.
“Può essere che durante le prossime settimane debba fare una lezione a Quantico sugli assassini seriali, Mulder”, disse Doggett, “te ne parlo meglio nei prossimi giorni, mi piacerebbe che venissi a darmi una mano, sai questi nuovi ragazzi sono delle piccole belve!”
“E' un po' che non li frequento”, disse Mulder, “ma ti credo sulla parola e ti darò una mano, tienmi al corrente”.
Mulder tornò a casa prima di Scully e sulla porta incontrò Charlotte Davies, con in mano una borsa piena di libri:
“Non riesco a vivere senza libri!”, disse lei, sforzandosi di non essere troppo timida. A Mulder ricordava un Langley ma ancora più paranoico.
“Capisco. Stasera scrittura?”
“Penso di sì, ma niente fatti strani. Mi occupo di letteratura!”
“Buon lavoro allora!”, disse Mulder e rincasò. Non c'era ancora Scully e ne approfittò per mettere un po' in ordine la posta che era arrivata a casa sua, formata essenzialmente da pubblicità. Ma per fortuna c'era anche la nuova carta di credito, quella poteva essergli utile.
Scully arrivò poco dopo: mangiarono un piatto di spaghetti al pomodoro comprato al take away greco e mediterraneo e poi scambiarono le impressioni sul loro primo giorno di lavoro a Washington dopo anni.
Dopo cena guardarono un po' di televisione, sbuffando davanti ad un talk show e ad un reality e alla fine finendo su una trasmissione sul caso Watergate. Non andarono a dormire tardi ed optarono per l'alloggio di Mulder.
Il primo sonno per Mulder fu pesante e piacevole, molto più che quando viveva nel silenzio assoluto delle campagne della Virginia. Ad un tratto aprì gli occhi. Di fronte a lui, nella sua stanza, c'era Callen Brunnen, come era al processo, sei anni prima, mentre lo condannava a morte. Mulder rimase impietrito e poi vide il suo accusatore trasformarsi in quella specie di reietto che aveva visto quel pomeriggio: “Non mi hai aiutato, e ora pagherai!”
Di colpo Brunnen si riempiì di sangue e cadde per terra. Mulder ebbe un sussulto e si tirò su dal letto, accendendo la luce. Non c'era nessuno nella stanza, oltre a lui e a Scully che accanto a lui si iniziò a svegliare:
“Mulder, ma che ora è...”
Erano le tre e mezza del mattino.
“Scusa, Scully, mi sa che ho fatto un brutto sogno. Ora torno a dormire”.
Mulder ripiombò nel sonno, con un attimo di inquietudine.
A Crystal City, zona chic per i pezzi grossi di Washington, Walter Skinner aveva deciso di passare una serata tranquilla con la moglie Sharon. Non era arrivato tardi dal lavoro e aveva cenato con un paio di piatti che Sharon aveva preparato dopo essere tornata dalla Washington University dove insegnava letteratura inglese, dei maccheroni al sugo di funghi suggeriti da una ricercatrice universitaria italiana e verdure stufate al forno con formaggio. I problemi coniugali che aveva avuto con Sharon erano ormai cosa passata, ognuno dei due aveva il suo lavoro, che spesso li portava a stare lontani, ma avevano rinsaldato i loro legami.
Dopo cena si misero davanti alla televisione, tranquilli, a guardare su un canale di film classici La finestra sul cortile di Hitchcock, un film che Skinner non aveva più visto da quando erano giovani. Il film era ormai quasi alla fine, James Stewart era stato scoperto da Raymond Burr, quando qualcuno suonò al campanello di sotto.
Skinner attraversò il vasto salone che faceva anche da ingresso al suo appartamento e andò a rispondere: erano le undici passate, ma lui sapeva che come vicedirettore dell’Fbi doveva essere sempre disponibile anche se di solito lo contattavano via mail o sul cellulare. Appena prese in mano la cornetta del citofono la videocamera che riprendeva la persona per strada si attivò e gli portò l’immagine di un uomo sciatto e sporco, un senzatetto, che lo guardava con occhi allucinati:
“Hai sbagliato amico, qui non è il Rifugio della Speranza”, disse con un po’ di ironia, chiedendosi però come avesse fatto a sapere dove abitava.
“Vicedirettore Skinner? Sono Callen Brunnen, la prego mi faccia salire, devo parlarle, sono in pericolo, loro mi hanno trovato…”
Callen Brunnen. Skinner ebbe un attimo di stizza. Certo che si era ridotto ben male.
“Già detto e ripetuto. Io non aiuto chi è stato spietato con le persone che mi sono care. Le consiglio, visto come si è ridotto di andare al Rifugio della Speranza dai quaccheri, o alla parrocchia di Saint Lucy, dalle suore. Forse loro vorranno aiutarla. Mi lasci in pace!”
Skinner buttò giù la cornetta del citofono e tornò dalla moglie. Il film ormai era alle battute finali.
“Chi era?”, gli chiese Sharon.
“Un tizio svitato. Vorrei solo sapere come è arrivato a me”.
Più tardi Skinner ripensò per un attimo a Callen Brunnen. Non era la prima volta che lo contattava e ogni volta l’aveva visto ridotto sempre peggio. Volutamente non l’aveva mai voluto né sentire né tantomeno aiutare. Doveva arrangiarsi da solo.
Mulder dormiva del sonno pesante che precede il mattino, con sogni confusi, in cui era ancora nella casa in Virginia, ma la casa era diversa, somigliava ad uno chalet svizzero. Era nel salone e sapeva di stare aspettando Scully, ma con lui in quel momento c’era quell’attrice bionda che faceva Sex and the city, quella che in un episodio era stata fidanzata per poco tempo con quell’attore che Scully diceva che gli somigliava. Ad un tratto sentì bussare e andò ad aprire la porta, di sicuro c’era Scully.
Infatti c’era Scully che gli diceva:
“Mulder, guarda che stanno bussando!”
Infatti i colpi continuavano.
“Mulder, stanno bussando alla porta!”
Finalmente aprì gli occhi e vide che la sveglia segnava le cinque e tre quarti. Scully era vicina a lui, e qualcuno stava bussando alla porta.
“Chi può essere a quest’ora?”, disse Mulder alzandosi e infilandosi una maglietta.
“Chi è?”
“Agente Mulder? Sono il tenente Prentiss della polizia. C’è stato un omicidio e vorrei chiederle di venire”.
“Non capisco. Perché?”
“Perché credo che la vittima la conoscesse e cercasse di mettersi in contatto con lei”.
Definire un omicidio quello che Mulder e Scully si trovarono di fronte era un eufemismo. Della vittima era rimasto ben poco, dentro quello che un tempo forse era stato un costoso abito da avvocato di grido.
Sull’identità non c’erano dubbi: Callen Brunnen, il Pubblico Ministero del processo di Mulder: aveva documenti in tasca, insieme all’indirizzo di Mulder e a quello di Skinner. Ma lui era irriconoscibile.
“Non ho mai visto una cosa del genere, Mulder”, disse Scully, “posso fare io l’autopsia, se per te e Skinner va bene”.
“Agente Scully”, disse Skinner che era sopraggiunto nel frattempo, “direi che questo è un caso per voi due, se non avete problemi, e dirò a Doggett e Reyes di aiutarvi.”
“Lei aveva ancora visto Callen Brunnen?”, chiese Mulder.
“Ieri sera è passato da casa mia, era sconvolto, ma non l’ho fatto salire. Era ridotto male. Mi aveva contattato un paio di mesi fa alla mensa, e anche altre volte prima. La prima volta era stato tre anni fa via mail, una mail delirante. Cercava voi due, e diceva che i supersoldati l’avevano preso e venduto agli alieni. L’ho preso per pazzo, anche perché giravano delle voci sul suo conto dopo il processo su Mulder non molto belle”.
“Tipo?”, chiese Scully.
“Che sotto la scorza di Primo Ministro integerrimo fosse un cocainomano e un alcolista. Infatti ha perso il lavoro per questo”.
Scully uscì dalla sala in cui aveva effettuato l’autopsia, la prima dopo anni, sull’uomo che aveva condannato a morte Mulder.
“Non so cosa l’ha ucciso di preciso. E’ come se fosse scoppiato dal dentro. Ho trovato nel sangue una sostanza che ricorda il virus alieno a prima vista, ma è diversa. Ho trovato segni di iniezioni. Di alcol e cocaina non c’era l’ombra. Comunque ho messo da parte dei campioni e conto di analizzarli meglio”.
Skinner rimase pensieroso. Ricordò quello di cui aveva sofferto per anni, quelle nanomacchine che gli aveva iniettato Krycek e che sapeva essere quiescienti nel suo organismo. Forse Brunnen aveva avuto nel sangue qualcosa di simile a quello che aveva avuto lui.
“Agente Scully, o meglio dottoressa Scully, posso chiederle di aiutarci?”
“Certo, signore”, disse lei.
“Bisognerà che qualcuno venga a prendersi cosa resta di Brunnen”, disse Mulder, rendendosi conto che era perfido ma non riuscendo a fare a meno.
“Non so chi potrà”, disse Monica Reyes, che era appena entrata, “Brunnen era divorziato da alcuni anni, la moglie vive a New York dove lavora anch’essa come avvocato, e i genitori stanno sul lago Michigan a due passi da Chicago. Pare che non avesse più rapporti con nessuno. Non sono riuscita nemmeno a capire dove abitava di recente, farò qualche ricerca sulle abitazioni passate”.
“Credo che bisognerebbe provare a contattarli comunque”, disse Skinner, “magari se ne occupi lei agente Reyes con l’agente Doggett”.
Tre giorni dopo la sua morte, quel che restava di Callen Brunnen rimaneva in una cella frigorifera a Quantico, mentre Scully aveva chiesto esami approfonditi sui tessuti.
“Non c’è niente di conosciuto”, disse l’agente Mick Ikeda, di origine giapponese, “e come se qualcosa lo avesse consumato dall’interno, qualcosa di esterno ma di origine sconosciuto. Qualcosa che è partito dal sangue, distruggendolo dal dentro”.
Scully ricordò le nanomacchine che aveva una volta visto nel sangue di Skinner. Forse si trattava di una loro evoluzione, ma come erano arrivate nel sangue di Callen Brunnen?
Uscì per comunicare ai colleghi i risultati degli esami. Il volto di Skinner le fece capire che entrambi pensavano alla stessa cosa.
“Sarebbe interessante capire cosa è successo a Callen Brunnen in questi sei anni”, disse Skinner, “onestamente io so poco di lui, era il classico pupillo delle alte sfere.”
“Sono riuscita a mettermi in contatto con la moglie e i genitori”, disse Monica Reyes, “penso che andrò a trovarli nei prossimi giorni”.
“Provi a vedere cosa riesce a trovare e a farsi dire se sanno qualcosa”, disse Skinner.
“E noi vedremo di scoprire dove abitava e che rapporti aveva con il suo prossimo a parte infastidirlo nelle tavole calde”, disse Mulder.
Monica Reyes provò piacere a fare un giro per New York, mentre raggiungeva lo studio di Marion Ross, ex moglie di Callen Brunnen, esperta in diritto falliment