Mettiamo che io domani abbia un incidente, che venga investita da un'auto. Mettiamo che non muoia sul colpo, ma rimanga gravemente invalida, o peggio ancora, ridotta a un vegetale, collegata ad una macchina di ospedale. Mia madre passerebbe il suo tempo al mio capezzale, a guardarmi, cercando di ricordare in quella pianta la figlia che la criticava perché aveva fatto la casalinga, che amava viaggiare da sola e fare battutacce femministe separatiste sugli uomini. Mio fratello verrebbe anche lui a vedermi, non riconoscendomi più. Nè io potrei riconoscere lui. E mia nipote crescerebbe non ricordando più la zia childrenfree, che a parole detestava i bambini, ma che nei fatti le faceva vedere i cartoni della Disney e le portava i regali dai viaggi. Il mio gatto si aggirerebbe in casa, cercandomi per tutti gli anni a venire, senza più vedermi tornare da lui, e senza poi trovarmi sul Ponte dell'Arcobaleno ad aspettarlo.
Io dotrei salutare per sempre: master, lavori più o meno precari, amici, viaggi, il mio gatto, il mio sito web, tutti i miei libri, tutti i miei racconti, le mie collezioni, la mia musica, i miei film, i miei telefilm, le fiere del fumetto, la montagna, le feste celtiche. Il tutto per restare legata ad una macchina. Ed a questo dico no. Perché quella non è una vita, e nessuno deve obbligare un essere umano a subire una punizione in confronto alla quale la pena di morte, una delle barbarie massime, sembra quasi una cosa umana. La vita è bella, è tutto quello che abbiamo, ma per essere così deve essere degna di essere vissuta. Giorno per giorno, con tutte le piccole e grandi cose, il mio micio che ti fa le fusa al mattino presto, il lettore mp3 che suona musica celtica mentre aspetti l'autobus, il libro letto sulla panchina al parco, i saluti delle persone che incontri, il cercare su Internet le foto nuove del secondo film di X-Files, il segnarsi i vocaboli più importanti in tedesco e mille altre cose. Questa è la vita che voglio vivere. Non quella di un vegetale.
Sono arrivata alla conclusione di non pronunciarmi sull'esistenza o meno di Dio. Ma mi chiedo in nome di che Dio ci siano persone che vogliono questa bestialità, persone che si riempiono la bocca del rispetto della vita di fronte ad un padre disperato che chiede che sua figlia venga liberata da questo obrobrio o ad un ammasso di cellule nel grembo di una donna, ma poi mai che tuonino con la stessa violenza contro mafia, turismo sessuale, traffico di armi, maltrattamenti sui bambini, guerre preventive e dintorni. Persone che portano una bottiglia d'acqua ad una poveretta che non può più né bere né mangiare invece di pensare a chi può e deve essere ancora aiutato davvero, a vivere bene. Per dare valore alla vita bisogna riempirla di cose belle e valide, ma a volte bisogna anche saperla interrompere quando non è più vita.
Io spero di vivere fino a novant'anni almeno, perché ci sono mille cose che voglio fare. Ma vivere come voglio io, non come decideranno degli altri per me.